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Radiocorriere TV – Settembre 2004

Mister Ballarò contro il Palazzo:

«Al servizio pubblico bisogna dare lo stesso grado di autonomia della Banca d’Italia»

Doveva essere l’erede di Michele Santoro, invece nessuno è tanto lontano, per carattere e per formazione, dall’ideatore di Samarcanda quanto Giovanni Floris. Garbato, razionale e capace di costruire dibattiti di alto livello, il più americano tra i nostri giornalisti televisivi è riuscito in due anni a quadruplicare gli ascolti di Ballarò: da un deludente 4,9 per cento nella puntata d’esordio del 2002 al 16,5 per cento nell’appuntamento di chiusura dello scorso giugno. «Si tratta di risultati buonissimi sia dal punto di vista della quantità, sia da quello della qualità – spiega il conduttore –.

Anche un critico autorevole come Beniamino Placido ha espresso giudizi lusinghieri nei nostri confronti e questo non può farci che piacere». Dopo il successo della scorsa stagione Ballarò è tra le trasmissioni di approfondimento più attese. «Durante l’estate sono andato in giro per l’Italia a presentare il mio libro e ho ricevuto manifestazioni d’affetto veramente inaspettate. Significa che siamo riusciti nel nostro intento: stimolare un dibattito schietto e corretto partendo dalla formula che è alla base del programma: è il dubbio che alimenta il dibattito».

In che senso?

«Nel senso che non avalliamo nessuna teoria precostituita, anzi mettiamo continuamente alla prova le idee degli ospiti. A Ballarò le regole sono chiare: ci si viene a confrontare in maniera civile con chi la pensa diversamente. È per questo che preferiamo chi ha da dire cose interessanti. Ci sono personaggi che arrivano in trasmissione pensando che si tratti di una tribuna politica con cui parlare al proprio elettorato. E raramente li invitiamo per la seconda volta. Invece ci sono leader politici come Giulio Tremonti che è arrivato a Ballarò con l’idea di dare vita ad un vero e proprio faccia a faccia: anche se alla fine l’ex ministro non ha rivelato dove avrebbe preso i soldi per tagliare le tasse, la discussione è stata densa e articolata».

Come cambierà Ballarò quest’anno?

«Pur restando fedeli alla nostra filosofia, qualche cambiamento sembra inevitabile. Innanzitutto abbiamo riorganizzato il desk, e coinvolto nuovi inviati che garantiranno una maggiore varietà espressiva al programma. La linea editoriale resta concentrata sull’economia, sugli esteri e sulla politica italiana. Visto che in primavera si terranno le elezioni regionali, seguiremo con maggiore attenzione le realtà locali. Dal punto di vista scenografico crolla il muro che ci ha accompagnato per due anni, mentre le copertine vedranno impegnati, ancora una volta, i protagonisti del mondo della satira. Continueremo a seguire la linea tracciata l’anno scorso con gli interventi di Carlo Verdone, Paolo Hendel, Antonio Albanese e Gene Gnocchi».

A giugno avete chiuso con l’augurio di pace del Dalai Lama, oggi ricominciate dalla strage dei bambini di Beslan.

«Nessuno si aspettava un simile atto di barbarie. Gli avvenimenti dell’Ossezia, come impatto sull’opinione pubblica internazionale, sono molto simili a quelli dell’11 settembre. Comprendere una mostruosità di tale portata è impossibile, mentre l’opportunità di lavorare affinché non si ripeta esiste».

Come deve comportarsi un professionista dell’informazione di fronte all’offensiva del terrore globale?

«Il nostro compito resta quello di combattere il terrorismo spiegando la realtà. Quando raccogliamo interviste esclusive come quella del Dalai Lama, quando intervengono in trasmissione personaggi come Hans Blix, l’ex capo degli ispettori Onu in Iraq, o come Pat Cox, presidente dell’Europarlamento, vuol dire che facciamo bene il nostro lavoro. E non ci limitiamo ad ascoltare messaggi positivi: due anni fa abbiamo intervistato Tareq Aziz e gli abbiamo chiesto conto dei crimini di Saddam Hussein».

Quella contro il terrorismo è davvero la Quarta guerra mondiale?

«Non credo che dovremmo perdere tempo con dibattiti storici, filosofici e culturali. Oggi è più importante trovare una soluzione pratica che ci impedisca di soffrire ancora. Credo che lo sfoggio di muscoli fatto da Bush abbia solo peggiorato la situazione. Il terrorismo è il nemico assoluto, ma bisogna stare attenti a come schiacciarlo: secondo me l’unico mezzo è la forza unita all’intelligenza e non la rabbia scomposta. Non dimentichiamolo: Davide ha battuto Golia e Ulisse ha sconfitto Polifemo».

L’11 settembre 2001 lei si trovava a New York. Le capita di ripensare a quei momenti terribili?

«Si è trattato di una tragedia di proporzioni immani e oggi, a tre anni di distanza, ne stiamo vivendo un’altra. La guerra contro il terrorismo lanciata da Bush non ha prodotto risultati ed è stata contrassegnata da troppi errori, come il conflitto iracheno che non ha portato né la fine del terrorismo né la libertà al popolo iracheno».

Nonostante gli errori, nella corsa alla Casa Bianca i sondaggi danno Bush in vantaggio su Kerry.

«I sondaggi sono sempre molto volatili e, a differenza di quanto accade in Italia, negli Stati Uniti non vengono letti come un verdetto. Servono a capire i propri errori. Può essere che dopo aver ammesso le sue colpe la strada di Bush sia meno in salita».

Torniamo alla situazione italiana.

Il potere politico ha mai cercato di condizionare il suo lavoro di giornalista?

«Non mi è mai capitato, ma il fatto che la politica sia intervenuta nel lavoro di alcuni colleghi è sotto gli occhi di tutti. In Italia non esistono norme che tutelano i giornalisti e la concentrazione dei media nelle mani di una sola persona è un dato di fatto, ma questo non può rappresentare una scusa per quei colleghi che si allineano al potere politico. Io mi ritengo fortunato perché grazie ad un direttore autonomo e indipendente come Paolo Ruffini riesco a restare lontano dalle pressioni del palazzo».

È vero che il pubblico quando vede i politici in trasmissione cambia canale?

«Assolutamente no. Contro il Festival di Sanremo abbiamo raggiunto l’undici per cento di share con Letizia Moratti che parlava di scuola e il sedici per cento contro il Festivalbar con Francesco Rutelli che parlava di pacifismo».

La Rai riuscirà mai a diventare come la Bbc?

«La Rai è un’azienda stupenda e composta da professionisti senza eguali. Il problema è che la tv di Stato è troppo bella per essere lasciata in pace. Il potere politico dovrebbe capire che in uno Stato liberaldemocratico come il nostro, il servizio pubblico deve ottenere uno statuto e delle regole come quelle che tutelano l’autonomia della Banca d’Italia».

Intanto professionisti dell’informazione come Michele Santoro o Lilli Gruber sono entrati in politica. Un giorno lei potrebbe fare la stessa scelta?

«Ho dovuto lottare così tanto per diventare giornalista che spero di fare questo lavoro per tutta la vita. Poi in politica non ci sono solo colleghi, ma anche avvocati, dentisti, psicoanalisti, imprenditori e tante altre figure professionali».

Quando è nata la sua vocazione per il giornalismo?

«Prestissimo. A diciassette anni collaboravo con Il Messaggero e poi, durante l’università, ho smesso di scrivere perchè, non avendo né un cognome famoso né amici o parenti impegnati nel settore, credevo di non farcela. Ho deciso di non mollare quando mi hanno chiamato per un colloquio di lavoro in banca. Da quel momento ho fatto di tutto: ho collaborato con agenzie, quotidiani e settimanali e, alla fine, ho vinto il concorso per un posto in Rai. La mia storia dimostra che non è vero che nella tv di Stato si entra solo con la raccomandazione».

In Rai ha iniziato subito come inviato o ha dovuto fare una dura gavetta?

«È nato tutto in fretta, ma in maniera graduale. Per mia fortuna ho incontato un caporedattore che mi ha mandato prima in Estremo Oriente e poi in Sud America, dove sono riuscito a trovare notizie importanti. Poi ho condotto Radio anch’io e, alla fine, mi hanno mandato a New York per sostituire Paolo Longo».

Chi sono i suoi maestri?

«Ho avuto il privilegio di lavorare con direttori del calibro di Livio Zanetti, Paolo Ruffini, Marcello Sorgi e Giancarlo Santalmassi. Tra le trasmissioni che, nel mio caso, hanno fatto scuola non posso non citare Bontà loro di Maurizio Costanzo e l’ottimo Tg1, aggressivo e brillante, diretto da Gad Lerner».

Cosa pensa della televisione. Le piacciono i reality show?

«Credo che attualmente i reality abbiano iniziato a perdere smalto: La talpa rappresenta il minimo storico che il telespettatore può chiedere da un programma televisivo. All’inizio ero nel novero degli appassionati: ho votato per le nomination del primo Grande Fratello e de L’isola dei famosi».

Come mai nel mondo di oggi, dominato dalle guerre e dal terrorismo, la gente si appassiona alle vicende dei vip?

«La risposta è contenuta in un bellissimo reportage realizzato da Riccardo Iacona in Costa Smeralda. Credo che si chiami Tutti ricchi».

Secondo lei, quali sono oggi i migliori programmi in circolazione?

«Enigma di Andrea Vianello e Report di Milena Gabanelli».

Quando un giornalista è fazioso?

«Quando non permette ai suoi ospiti di rispondere alle domande».

Le è mai capitato di essere etichettato come fazioso?

«Per fortuna mi è capitato anche il contrario».

diMartedì

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