Le “mischie” non mi hanno mai fatto paura

Telepiù n. 45 – 9 Novembre 2003

Giovanni Floris torna alla guida di “Ballarò”

Da martedì 11 novembre, in prima serata, Giovanni Floris torna al timone di “Ballarò”, il settimanale di approfondimento targato Raitre, giunto quest’anno alla seconda edizione. Trentuno puntate per riaprire il dibattito sulla politica e sull’economia che, in questa stagione, avrà più spazio perché, come racconta il conduttore, “… la crisi economica del nostro Paese ha già i toni dell’emergenza”.

Fra le altre novità: più inviati, quindi più inchieste; più ospiti e una maggiore partecipazione del pubblico in studio. Insomma, come nel mercato palermitano che dà il nome al programma, il giornalista romano promette un vivace scambio d’idee e opinioni su temi in stretta attualità e confessa: “fare “Ballarò” per il secondo anno mi sembra un grande sogno. Questo talk show, per la media degli spettatori, è il più seguito della tv italiana”.

Cos’altro ci anticipa?

“Sicuramente, parleremo di politica in occasione delle elezioni europee e amministrative e si discuterà dell’efficacia della guerra preventiva… vedi Iraq”.

Gli ospiti torneranno ad accomodarsi su sedie di materiale riciclato?

“Sì. E’ un modo per ricordare a chi conta che deve rispondere del proprio potere, che non ha un trono, ma una sedia di carta. Il risvolto ecologico dell’idea non era contemplato, ma il nesso con la tutela dell’ambiente è senza dubbio benvenuto.”

Qual è il significato dei “graffitari” in studio?

“Tutto è nato dalla necessità di dare spazio ai diversi codici dell’informazione e a quelli artistici. Giovani artisti, selezionati la scorsa estate. Dipingeranno un muro per illustrare il loro punto di vista sul dibattito della serata”.

La vostra sigla è tratta dal repertorio del “Cirque du Soleil”. Perché?

E’ una scelta del regista Maurizio Fusco. Il “Cirque du Soleil” è stato acquistato per Raitre da Annamaria Catricalà, uno degli autori, per contaminare l’informazione con l’arte. Con i “graffitari”, poltrone di carta e questa sigla, proponiamo un mix minimalista e concreto. La nostra non è solo una semplice proposta giornalistica.”

Da quale idea parte “Ballarò”?

Informazione vuol dire fare domande e dare risposte. Il giornalista non deve aver paura di andare controcorrente.

“Ballarò” è come il mercato di Palermo: non è un centro commerciale. È il luogo in cui le idee si confrontano duramente , dove tutti dicono ciò che pensano. E io non temo lo scontro di posizioni contrapposte”.

Come ha iniziato la sua carriera?

A 19 anni ho scritto il primo articolo per “il Messaggero”. Fu un pezzo su Casale Rocchi, una borgata periferica di Roma non servita dall’autobus. La conoscevo perché ci andavo a giocare a calcio.

Ho cercato la notizia, l’ho trovata ed è “passata”. Poi, ho fatto tanta gavetta. Ho frequentato la Scuola di Giornalismo Rai di Perugia: era il primo biennio, per cui il corso dava diritto all’ingresso in Rai.

Mi ha assunto Paolo Ruffini al Gr. Poi, lui, Mimun, Di Bella e Longhi mi hanno mandato a New York come inviato e lì ho vissuto l’11 settembre. Diventato direttore di Raitre, Ruffini mi ha proposto “Ballarò”. Ho rischiato tanto, mettendo in ballo la corrispondenza dall’estero che, per un giornalista, è il punto d’arrivo.

Dopo la laurea, ha rifiutato un sicuro posto in banca per tentare il giornalismo. Oggi questa professione si fa sempre più difficile. La coglierebbe a un giovane?

Sì. E rifarei quello che ho fatto perché bisogna inseguire i sogni, come mi hanno insegnato i miei genitori. Anche senza parenti e amici in politica, con l’impegno si può riuscire”.

diMartedì

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