L’informazione deve fare le pulci alla politica, non assecondarla

Europa – 27 Maggio 2003

“Ballarò” è stato riconfermato per la prossima stagione. Un successo per il giovane Floris, premiato dagli ascolti “L’informazione deve fare le pulci alla politica, non assecondarla”

Un esperimento. Così è nata l’idea di Ballarò.

Per riportare l’informazione nella prima serata di Raitre, il direttore Paolo Ruffini non pensava al classico programma di approfondimento. Cercava una formula diversa, più fresca, innovativa, anche irriverente, controcorrente. Ed è proprio in quest’ottica che la scelta dei conduttori è caduta su Giovanni Floris, brillante giornalista radiofonico, conduttore su Radiorai di programmi come Baobab e Radioanch’io. La prima esperienza televisiva Floris la fa come inviato a New York per l’attentato alle torri gemelle. Pochi mesi dopo viene richiamato a Roma.

Gli parlano di Ballarò, gli propongono la conduzione e lui accetta. La prima serie del programma, che si chiude questa sera con una puntata sulle elezioni amministrative, oltre ad uno speciale il 12 giugno sul referendum, ha avuto uno share medio di oltre il 10 per cento, con uno zoccolo duro di 3 milioni di telespettatori. Numeri che gli sono valsi la riconferma per la prossima stagione.

Un successo per il giovane Floris (ha solo 35 anni) e per tutta la squadra. Ma non è stato facile. Per il clima politico di questi mesi, per i continui attacchi all’informazione da parte del mondo politico. Attacchi che non hanno risparmiato Ballarò.

Siete stati accusati dal centrodestra di essere stati parziali “anche” nella scelta degli ospiti. E’ così?

Non da tutto il centrodestra, da una parte. Ma noi rispondiamo con i numeri: abbiamo avuto 31 ospiti di centrodestra e 26 di centrosinistra. Abbiamo fatto parlare veramente tutti e soprattutto nessuno se ne è andato dicendo “non mi avete fatto dire come la penso”.

Il riscontro sui telespettatori c’è stato da tutte e due le parti. Spesso le posizioni governative sono state messe alla prova, ma perché è giusto che il giornalista faccia un po’ da cane da guardia del potere. L’obiettività è nel lasciar tempo alla risposta e non nel fare domanda piuttosto che un’altra.

I giornalisti italiani sembrano come disabituati a fare domande scomode, forse per una serie di autocensura?

Magari le fanno pure, ma il giorno dopo vengono accusati di aver fatto il gioco di una parte politica. Il giornalista è obbligato a fare la domanda che il politico non vuole sentire. In America, ad esempio, nessuno si chiede se il giornalista che fa la domanda è un democratico o un repubblicano.

De Michelis si arrabbiò perché il giorno in cui fu ucciso un giornalista a Bagdad, dopo i bombardamenti alle sedi di al-Jazeera ed Abu-Dhabi, chiesi in studio ad uno stratega se fosse in atto una campagna contro l’informazione. Era forse una domanda partigiana e faziosa come ha detto De Michelis? Non credo che i giornalisti si siano disabituati a fare certe domande.

E’ piuttosto la politica che cerca di avere un palcoscenico e non capisce che l’informazione deve fare le pulci alla politica. Il tentativo di intrecciare questi due mondi è un po’ patetico e crea dei mostri. L’appoggio della politica non paga.

Siete stati avvantaggiati negli ascolti dall’assenza di Michele Santoro?

Non posso dirlo, perché manca la controprova. Ma io ho una convinzione: più gente c’è che fa lo stesso lavoro, meglio è. Per noi sarebbe stato più facile se ci fosse stato anche un programma di Santoro, poter crescere senza il peso di dover sostituire un collega.

Più informazione c’è più l’informazione migliora e più c’è voglia d’informazione. Restano due fatti: alla fine siamo stati premiati dal pubblico; e se ci fosse stato anche Santoro, come telespettatore oltre che come giornalista, sarei stato più contento.

diMartedì

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