Giovanni Floris, giornalista dei due mondi

Sardinews – Febbraio 2004

Nelle scuole di giornalismo occorre insegnare il contro-potere dei poteri forti. Lo si fa in America, lo si sta facendo in Italia. È così che si creano giornalisti capaci di stressare i propri interlocutori»: lo dice Giovanni Floris, 36 anni, giornalista Rai dei due mondi: gavetta in Italia, poi gli Stati Uniti (è stato per due anni il volto e la voce Rai da New York), e adesso ancora in Italia a condurre Ballarò, intelligente talk-show in onda ogni martedì su Rai2.

Sa essere severo con i suoi ospiti ma sempre con rispetto e distacco. In Italia vorrebbe più giornali, apprezza i quotidiani sardi, gli piacerebbe l’impossibile, cioè far lavorare insieme Enzo Biagi e Bruno Vespa. Floris ha sangue sardo.

È nato a Roma da mamma romana. Il padre – Bachisio – nuorese doc, aveva casa in via Lamarmora “dove adesso abita la zia Maria. E ci abitano anche zio Titino, docente di italiano al liceo e zia Angela, anche lei insegnante in pensione”. Il nonno era Salvatore Floris, proprietario negli anni 20-30 del caffè Moderno al Corso di Nuoro e titolare di un’azienda di bibite prima di fare l’impiegato in Prefettura, via Deffenu. La nonna, Anna Ranò, gallurese di Tempio. Leggiamo nella vita di questo sardo in carriera, carriera per ora in tivù.

Conosciamo la sua famiglia, gli amici. Il padre, ultimo di sette fratelli, si era trasferito a Roma dopo aver studiato al liceo classico “Giorgio Asproni” ed essersi laureato in giurisprudenza a Sassari.

Dice: “A Nuoro, dove andiamo spessissimo, mio padre ha conservato la maggior parte delle amicizie dell’infanzia e dell’adolescenza, in particolare quelle legate alla tradizione musicale, Coro di Nuoro e musicisti come Tonino, Umberto Pintori, Simone Prina.

Ha lavorato a lungo a Cagliari e qui mantiene forti amicizie. A Olbia possediamo una casa di vacanza.

A Nuoro, naturalmente, vivono molti miei cugini. Gabriele e Virgilio Colomo, con Pietro Floris, animano il sito Sardegnaweb.it, Salvatore è l’editore dell’ archivio fotografico sardo. Ancora vivo è a Nuoro il ricordo della rivista “Sardegna anno zero”, scritta e rappresentata negli anni 50 da mio zio Gigi (noto Gigi Baffi) con Andrea Romagna e Tonino Conchedda”.

Floris frequenta le elementari a Roma, alla scuola “Brasile”, le medie alla “Lanciani”, poi il liceo classico al mitico “Torquato Tasso”. Laurea in Scienze politiche alla Luiss, tesi in Sociologia Politica, relatore Luciano Pellicani, dal titolo “Capitale e lavoro, dallo scontro alla cooperazione conflittuale”. E poi giornalista. Legge molto. Gli ultimi libri: Il compagno di mezzanotte di Silvia Ballestra e Saddam di Magdi Allam.

La prima esperienza giornalistica.

“Con il Messaggero, inserto “Quartieri”, cronaca dai quartieri romani. Il primo articolo in assoluto aveva per titolo: la Borgata “Casale Rocchi” chiede il bus”.

È stato a lungo tempo “abusivo” o è stato assunto con contratto regolare?

“Sono stato assunto in Rai dopo aver vinto il concorso di ammissione alla scuola di giornalismo radiotv di Perugia”.

Come giudica le scuole statunitensi di giornalismo?

“In America il giornalista è il watchdog, il cane da guardia del potere. Ma anche in Italia nelle scuole si insegna il giornalismo “contro potere” dei poteri forti. Di qualsiasi potere forte. Ti devi sempre porre in maniera critica nei confronti del tuo interlocutore. Cercare e stressare i suoi punti deboli”.

Qual è la differenza di fondo fra il giornalismo americano e quello europeo?

“In Europa (e in Italia) il giornalista è più “parte” della discussione. È un bene. Essere “parte” non vuol necessariamente dire essere “di parte”.

Conosce la stampa quotidiana regionale sarda? Vuol darne un giudizio?

“La conosco bene, e mi sembrano ben fatti entrambi i maggiori quotidiani, sia La Nuova Sardegna che L’Unione”.

Lavorare a New York, lavorare a Roma: c’è ovunque la stessa libertà professionale?

“Sì, per me sì. Ho la fortuna di lavorare a Raitre, il direttore Paolo Ruffini (con cui ho lavorato al Gr Rai) è una garanzia”.

Qual è il pregio principale della stampa italiana?

“Esser capace di immergersi nella realtà sociale dei suoi lettori. Entrare in sintonia con loro”.

E il suo peggior difetto?

“Sarebbe bello che ci fossero più testate. Ancora più giornali, più voci, per avere più punti di vista”.

Che cosa vuol dire lavorare alla Rai che si è privata di Enzo Biagi e tiene in sella il sempiterno Bruno Vespa?

“Sono entrambi due straordinari professionisti. Sarebbe bello poterli ascoltare entrambi”.

L’obiettività è forse un mito. E la meno difficile completezza dell’informazione?

“Bisogna tendere al mito, e bisogna tendere a una maggior completezza”.

Alcuni suoi colleghi si autocensurano o solo soltanto servi sciocchi?

“Non è giusto generalizzare così, né creare categorie così vaghe. Parlare di giornalisti vuol dire parlare anche di noi. Non bisognerebbe mai essere generici, ma bisognerebbe valutare il lavoro di ognuno singolarmente”.

Che cosa sa della Sardegna economica? Della società sarda?

“So che i sardi dovrebbero credere maggiormente nella loro capacità di leggere con ironia e razionalità le cose della vita. Dovrebbero esportarla, infondere in tutto il Paese la loro profonda capacità analitica, la loro capacità di relativizzare pur restando ancorati a forti valori di base”.

A quando in Sardegna?

“Appena posso, mi piace la casa di Olbia, mi piace tornare a Nuoro”.

diMartedì

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