Per Giovanni Floris può ancora vincere un’informazione di qualità…

.Com 7 – Dicembre 2005, di Daniele Mendola

Per Giovanni Floris può ancora vincere un’informazione di qualità: basta ripulire la notizia da ogni “inquinamento” (conduttore compreso)…

“Che fine ha fatto il giornalismo d’inchiesta? E se esiste ancora qualcosa della concezione “romantica” del giornalista investigativo, l’analisi dei fenomeni negativi della società, suscita solo una morbosa curiosità del pubblico o stimola l’intervento riparatore? Queste le domande rivolte al giornalista Giovanni Floris durante il dibattito “2 Ore con”, un’importante occasione per riflettere sulle responsabilità di chi detta le regole, editori e direttori, ma anche dei giornalisti e telespettatori, sempre più rassegnati di fronte alla crisi dell’inchiesta.

«La chiave per aver successo come trasmissione informativa – ha commentato il conduttore di Ballarò – è quella di riportare la notizia al suo ruolo base; siamo abituati a conduttori un po’ troppo protagonisti, a studi fantascientifici e a molti trucchi di luce». Una linea sbagliata che la trasmissione di Rai Tre ha rifiutato sin dall’inizio: «Ricordo le mie prime difficoltà come conduttore anonimo al pubblico televisivo – spiega Floris ripercorrendo la storia di Ballarò -, dopo Sciuscià di Michele Santoro, nessuno voleva un prodotto nuovo ma nello stesso tempo non potevamo proseguire sulla stessa strada, puntando sulla commistione tra denuncia politica e spettacolarizzazione». L’essenza stessa dell’informazione, il ritorno alla semplice domanda-risposta, sembra aver dato ragione a Floris, un conduttore insistente e nello stesso tempo elementare nelle sue convinzioni.

«Facciamo per due ore la stessa domanda ma alla fine esigiamo una risposta, non denunciamo la chiusura degli ospiti ma la scardiniamo con il grimaldello; niente megaschermi e nessun inviato in video ma un semplice videowall accompagnato da un graffito sul nudo muro». Anche sul modo di condurre una trasmissione Giovanni Floris ha le idee chiare quando ammette di non essere «abituato né a risse, né a condurre il telespettatore verso la verità assoluta». Una scelta vincente che dimostra come la notizia, se resa protagonista e quindi ripulita da ogni “inquinamento” (conduttore compreso), può ancora far vincere un’informazione di qualità. Certo la commercializzazione della Rai rende sempre più difficile un ruolo di mediazione tra i fatti e l’opinione pubblica e spesso si ha la sensazione che le inchieste, più che un frutto della volontà dei direttori di rete, dipendano dagli umori dei pubblicitari. Se non è vero, come sostiene il patron di Ballarò, che «il giornalismo sia diventato una scorciatoia per fare spettacolo, perché la notizia trattata dal buon giornalista resta riconoscibile da quella fatta a livello di intrattenimento» bisogna ricordare anche che fino a quando l’inchiesta sarà relegata in terza serata, la Rai non potrà far altro che reggere il gioco delle fiction e dei reality che ingorgano il servizio pubblico.

“Report”, “Primo Piano””TV7″, “8 e mezzo”, gli speciali di La7, “Matrix”, “Porta a Porta” e “Ballarò” sono i programmi rimasti tra i pochi eletti che tentano reportage investigativi, ma fino a quando si continuerà a ragionare con il metodo distortivo del “o è bianco o è nero”, sarà difficile ricostruire i fatti in modo imparziale. Farsi carico di interpretare i problemi della gente attraverso lavori investigativi o “inchieste” giornalistiche è altra cosa, significa scontrarsi anche con una voce terza, quella di una parte dell’opinione pubblica che chiede un buon prodotto informativo, lontano dalla logica della concorrenza e dagli indici d’ascolto.

diMartedì

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