Floris e il metodo Ballarò: Parla a testa in tempi di pancia

Audizione Commissione di Vigilanza – 11 Ottobre 2007, di Grb

Confronto è nostro format. Da dg nessun ‘invito a moderazione’.

Roma, 11 ott. (Apcom) – “‘Ballarò’ non è una vetrina”. Giovanni Floris esordisce così davanti ai membri della commissione di Vigilanza, nel tentativo di bloccare sul nascere le polemiche sugli invitati e gli esclusi del suo programma. Soprattutto, aggiunge ribadendo più volte la “libertà” del giornalista nella scelta di temi e ospiti, “è una trasmissione che fa ascolto perché è l’unica che in tempi di pancia parla alla testa della gente. Mi si accusa di cavalcare l’antipolitica. Il contrario, semmai, non abbiamo mai usato il clamore per costruirci su qualcosa”, precisa il giornalista, segnalando quello che considera un “fraintendimento”: “I temi dell’antipolitica sono davanti agli occhi di tutti, anche Napolitano ne ha parlato, questo non vuol dire che li condivida”. L’errore di fondo è, in sostanza, “quello di credere che il porre le domande equivalga, in qualche modo, a condividere l’accusa. Io sono un giornalista, chiedo per informarmi”.

Il riferimento è soprattutto allo scontro con il ministro della Giustizia: “Avere Mastella in quel momento e non fargli le domande sui voli di Stato o sulla polemica sulle case sarebbe stato un buco giornalistico”. Di più, sarebbe stata “una vergogna dal punto di vista giornalistico, così come sarebbe stata una vergogna sei io, come cittadino, avessi creato una gogna mediatica”. In ogni caso, “si è liberi di non rispondere, ma non esistono domande che a ‘Ballarò’ non possono essere fatte. Anche la sola idea è impossibile da immaginare”. L’audizione in Vigilanza, per stessa ammissione di Floris sollecitato in questo senso dal capogruppo forzista Giorgio Lainati (in risposta ai ‘dubbi’ avanzati dal diessino Cuillo sull’opportunità di un’indagine conoscitiva), non si trasforma in “processo”, nonostante alcune osservazioni “sui singoli ospiti e le singole poltrone” e sebbene “l’idea che in un momento così caldo per l’informazione un giornalista sia convocato da una commissione parlamentare, il processo lo fa temere”. Diventa invece l’occasione, per il giornalista, di esporre il ‘metodo Ballarò’, una trasmissione che partendo dal 5% di share con cui chiuse la prima puntata nel 2002, gode ora di uno share medio del 16%, che tradotto significa un seguito di 4 milioni di persone a puntata, con punte di 5 milioni.

L’idea di base, con cui nasce il programma, è che “le opinioni, anche le più radicali, si possono sempre confrontare”: “il confronto per noi è format. La forma del dialogo per noi è sostanza della trasmissione”. Certo, un giornalista “è libero anche nell’utilizzo dei suoi strumenti”. Allora, può capitare che il confronto non sia necessario: “Se avessi la possibilità di ospitare Hillary Clinton non cercherei in tutti i modi di avere anche George Bush”. In ogni caso, l’obiettivo, dati alla mano, è quello di “garantire il massimo pluralismo possibile”, osservando i problemi da diverse angolazioni: “nelle 165 puntate delle sei edizioni di ‘Ballarò’ – fa notare – abbiamo avuto 255 rappresentanti dell’opposizione e 273 della maggioranza (intendendo per maggioranza sia quella di centrosinistra che quella di centrodestra, e così per l’opposizione). 48 sono stati i rappresentanti dei sindacati, 47 le presenze del mondo industriale”. E ancora, presidenti emeriti della Repubblica e prestigiosi giornalisti, politologi e rappresentanti della cultura. Nell’idea del confronto come “ricchezza” rientra anche la scelta di affidare la copertina del programma a un’artista o a un comico, così come la scelta di confezionare corti, spot, fiction.

Infine, il ruolo del conduttore, che “non è inquisitore”: “Come conduttore, mi riservo il ruolo più essenziale – spiega Floris – quello del giornalista. Come giornalista rivendico quindi la libertà che mi è garantita dalla Carta costituzionale, nel rispetto naturalmente delle leggi, della mia deontologia e del rapporto con il mio direttore”. I referenti di Floris sono infatti Paolo Ruffini, direttore di Raitre, e il suo vice, Fernando Masullo. Nessuno scambio, sulla trasmissione, con il dg, Claudio Cappon, che, assicura il giornalista, “non è intervenuto”, né “ha formulato alcun invito alla moderazione o alcun richiamo” dopo la bufera del ‘caso-Mastella': “Abbiamo un buon rapporto – spiega conversando con i cronisti a margine dell’audizione – Cappon è un dg che mi piace e quando ci incontriamo parliamo di tante cose, anche del mio lavoro, ma mai direttamente della trasmissione!”.

diMartedì

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