ANSA/ Libri – Floris debutta da romanziere con gli anni ’80

Il confine di Bonetti,storia nata prima di diventare giornalista (di Daniela Giammusso) (ANSA) – ROMA, 12 MAR – Un’ultima notte da leoni con gli amici di sempre, una soltanto. Cosa può esserci di male? E invece il notaio Ranò si ritrova in cella e poi davanti ad un magistrato. E’ così, forse a tu per tu con se stesso, che Giovanni Floris, da 11 anni alla guida di Ballarò e già autore di diversi saggi di politica e attualità, debutta ora in libreria con il suo primo romanzo di narrativa, ”Il confine di Bonetti” edito da Feltrinelli.

”Sì, un romanzo”, dice all’ANSA poco prima della prima presentazione del libro. ”Suona strano – ammette – a chi generalmente mi vede in tv. Ma questa storia nasce prima ancora di fare il giornalista”. Protagonisti sono due amici, Ranò e Bonetti, uno notaio, l’altro famoso regista, e il loro ”gruppo”, il cinico Gallo, Navarra e Fochetti: generazione anni Ottanta cresciuta nei dintorni di piazza Bologna a Roma.  Ovvero, quelli della televisione commerciale, del pentapartito, del crollo delle ideologie mondiali. Ma anche gli ultimi, forse, che hanno vissuto l’adolescenza come un periodo magico e  pieno di possibilità, con l’idea di potercela fare contando solo sulle proprie forze. Dopo tanti anni, una reunion, ma qualcosa va storto e Ranò si ritrova davanti ad una bizzarra pm a raccontare una vita e una grande amicizia maschile, tra catastrofi sentimentali e bravate, vacanze e giri in motorino nel gelo di una Roma vissuta e amata.

”Lui si chiede – spiega Floris – come oggi abbia potuto fare una fesseria del genere e farsi beccare. Rivedersi con gli amici di quando era ragazzo non gli ha fatto ricordare com’era, ma lo ha fatto ridiventare un ragazzo. Non è un romanzo autobiografico”, prosegue il giornalista, che pure con Ranò condivide scuola, quartiere e fede calcistica. ”Io sono un po’ Ranò, quando mi dice male, e un po’ Bonetti, quando mi dice bene”.

Questa piuttosto è ”la storia di quattro o cinque persone normali, crescite negli anni Ottanta, che hanno una loro chiave di lettura della vita. Si interrogano su dove posizionarsi al di qua o al di là dei confini: confini del lecito e dell’illecito, del giusto o sbagliato, dell’opportuno o inopportuno”.

”Non c’è uno sguardo alto, ma ‘rasoterra’, sul racconto della formazione di una generazione che è arrivata dopo gli anni Settanta e rispetto a quelli ha avuto un’area di decantazione. Sono stati adolescenti in quel periodo in cui i loro fratelli magari si scontravano in piazza. Gli anni Ottanta – aggiunge Floris – sono anni ora tornati di moda perché c’è un primo ministro che li rivendica come anni di formazione, ma sono sempre stati considerati di serie B perché venuti su senza un vero tratto generazionale. Ma forse è proprio questo il tratto di quella generazione. Visto dagli altri è un difetto ma da chi ci sta dentro”, come i personaggi del romanzo ”è una grande qualità. Per questa generazione si può essere premio Oscar o notaio ed essere la stessa persona”. E’ una questione di opportunità e, appunto, di ”confini” nei quali si sceglie di stare. Tra lunghi elenchi, dalle merendine tipiche anni Ottanta ai giocatori della Lazio in serie B, la confessione di Ranò prosegue senza vera nostalgia per quell’epoca, ma piuttosto per la sensazione di libertà che provava. E’ lo spirito di una generazione cresciuta al motto di ”se ce l’hanno fatta gli altri perché non io”.

Ma per Floris, che martedì torna in onda con Ballarò, ora si apre anche un futuro da scrittore? ”No – conclude lui – una cosa avevo da dire. E l’ho detta. Niente bis”.

(ANSA)

 

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