Floris alla “prova Cavaliere”: non è un osso così duro

Corriere della Sera – 29 marzo 2006, di Fabrizio Roncone

Spiritoso, reattivo alle gag più polemiche, lucido mai banale. E’ andata così anche questa, Giovanni Floris, e questa non era facile.

“C’è stato un momento di tensione sulla Cina, ma poi…. Comunque, Berlusconi non è un osso troppo duro…”.

Nemmeno un filo di sudore, la frangetta, la cravatta ancora perfettamente annodata. Floris resta nella parte del ragazzio di talento, con questa sua faccia così giusta, da conduttore giovane e progressista, e infatti nella memoria degli italiani forse ormai se lo beve, Michele Santoro, “Michele chi?”, la leggenda di RaiTre, lo storico conduttore di Samarcanda e di Sciuscià, il monumento del giornalismo militante che di fatto sostitui in palinsesto e la cui ombra non lo faceva quasi dormire la notte (con Michele tanto grosso, carismatico, una voce che quasi dava ordini agli ospiti).

“Però adesso, mi si creda o no – dice Floris, negli studi di via Teulada, mentre il premier è sul piazzale, sale in macchina e va via – faccio un altro genere di incubi, lo giuro”. E’ cresciuto professionalmente, ben oltre la percezione dei suoi quarant’anni da compiere, e senza vertigini. L’altra settimana era al matrimonio di un suo amico d’infanzia, Enrico Laurelli (Tg4), e stava lì, confuso tra gli altri, senza l’aria snob che mettono su, di solito, quelli che hanno appena condotto il primo tigi.

Insomma uno bravo, senza ancora essere finito su Novella 2000 (“no no, niente veline, niente fotomodelle…). Uno senza santi ufficiali. Anche se con Fassino… “Era la prima intervista. Gli dissi, riesce a rispondere in 8 secondi? Mi sbranò con lo sugardo”. In verità, si ricorda pure un’intervista a Massimo D’Alema, Festa dell’Unità, palco buonista. “Macchè, feci le solite domande. Con il mio stile”. Che segue queste regole: “Io sono un giornalista e ho il dovere di fare le domande. Lui, per esempio Berlusconi, stasera, è l’ospite e ha il diritto di non rispondere. Ma io, siccome conduco, ho il dovere di incalzarlo”. L’ha incalzato con quest’aria da cronista chierichetto, il ragazzo, (però tranquille, è già sposato) che le mamme vorrebbero per le proprie figlie.

Uguale a quando andava al liceo classico Tasso; poi università facoltà di Scienze Politiche, quindi la scuola di giornalismo della Luiss e il concorso per la scuola Rai di Perugia. Un inizio normale, finché un giorno non si ritrova a New York, l’11 settembre. Allora collegamenti da Ground Zero, e la faccia per le dirette del Tg3. Succede come nelle favole (che, a volte, accadono): lo nota il direttore dei RaiTre, Paolo Ruffini, e gli affida – appunto – Ballarò.

Vecchia la storia degli ascolti (prima bassissimi poi alti). Meglio altri dettagli: gli piace cucinare, “mi rilassa”. La mamma insegnava, nel suo stesso liceo, italiano e latino. Ascolta musica non casuale, rock hard, psichedelico, gotico. Tifa per la Roma: “Sono un maniaco. Al mio pranzo di nozze detti ai tavoli i nomi dei calciatori, io, con mia molgie stavo al tavolo Totti”.

E’ un giornalista bravo e furbo: “Per chi voto? No, questo non te lo dico”.

diMartedì

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