Floris affonda la penna nei mali della scuola… intervista a Il Tempo

2 Novembre 2008,  di Sarina Biraghi

na denuncia diretta e documentata come è abituato a fare in tv, ma anche un atto d’amore verso una scuola di antica tradizione che sembra regredire inesorabilmente. Nei giorni della protesta studentesca è di grande attualità «La fabbrica degli ignoranti – La disfatta della scuola italiana» (Rizzoli, pag. 308) il libro scritto dal giornalista Giovanni Floris, noto volto televisivo con una prima grande passione, la scrittura.

Nell’inchiesta c’è tutto: dal livello d’istruzione di chi si sta affacciando al mondo del lavoro e mostra curriculum vitae «vuoti» e di chi è già affermato ma «scivola» su bucce di banana, dagli edifici fatiscenti ai laboratori in stato d’abbandono, dai professori mal pagati e stanchi alle note sui registri che raccontano di episodi incredibili che accandono nelle aule, fino alle classifiche e ai confronti con gli altri Paesi europei che non ci fanno grande onore.

Non manca nemmeno quel filo nostalgico per il mondo scolastico che, per ognuno di noi, è fatto di ricordi, successi, amarezze, delusioni. Con lo stesso linguaggio televisivo, diretto, semplice e chiaro Floris «dipinge» questa «fabbrica di ignoranti» che comunque, ogni inizio d’anno scolastico, diventa protagonista di ogni dibattito.

Una vera inchiesta su scuola e dell’Università italiane: ma sono proprio malate?  «La scuola ha due grandi problemi: il caos organizzativo e la cronica mancanza di fondi. La nostra scuola è come una vecchia macchina che funziona malamente, che ha bisogno di una revisione molto accurata ma alla quale non si può togliere la benzina, altrimenti si ferma».

E quindi? 
«Quindi la nostra scuola non aiuta a migliorare la condizione di chi vi entra, ovvero, si esce come si è entrati. Non fa muovere l’ascensore sociale per cui la nostra generazione che esce non è migliore di quella precedente».

Colpa delle scarse risorse? 
«Sì perché ne mettiamo poche e vengono pure spese male. Ed è questo il vero dramma culturale dell’Italia: all’istruzione si destinano pochi fondi».

Tanto pochi da costringere i genitori a contribuire per carta e gessetti? 
«Infatti. I rappresentanti di classe ormai si preoccupano di garantire il sostegno economico per le classi dei figli. E tutto questo vale 500 milioni l’anno. Per questo penso che non si devono fare tagli».

Nel suo libro non mancano esempi «esilaranti» come il dirigente d’azienda che considera Waterloo una storica vittoria napoleonica, o un neo deputato che confonde il Darfùr con un termine dialettale: ma la scuola è colpevole dell’ignoranza dilagante? 
«Non è colpevole, perché questo vuol dire che sarebbe l’unica, invece la scuola è l’unico aspetto su cui la politica può intervenire. In ogni ambito ci si chiede cosa può fare ognuno di noi, la scuola invece è la la prima istituzione che interessa tutti noi e sulla quale deve intervenire la politica».

In che modo? 
«Con una riforma strutturale e ben pensata».
Il ministro Gelmini pensa ad una riforma fondata sulla meritocrazia.
«La meritocrazia serve assolutamente ed è il passaggio essenziale per avere la valorizzazione del corpo docente ed ogni riforma passa per la valorizzazione e il merito. Nell’intervento della Gelmini però di tutto ciò non c’è nulla. Basta leggere il decreto».

In conclusione, Floris, chi fa più male agli studenti, i professori demotivati o i genitori sempre pronti a difendere i propri pargoli anche se bulli o capre? 
«Da quando la figura del professore ha perso il suo charme, noi genitori ci sentiamo autorizzati ad entrare nel loro campo e certamente non bisogna sottovalutare questo problema».

diMartedì

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