Che fortuna capitare in un buco di ideologie

Reset n. 79 – Settembre/Ottobre 2003, di Elisabetta Ambrosi

Trentacinque anni, conduttore (per nulla intimorito) di un talk show di approfondimento in prima serata: in poche parole, lei è una eccezione alla regola secondo cui quelli della sua età, o poco meno, raramente riescono a ricoprire ruoli importanti.

Ci racconta allora il suo percorso?

Mi sono diplomato all’incirca nel 1986, quindi già all’epoca yuppy; successivamente mi sono iscritto alla Luiss, che era anche allora l’università che doveva dare l’accesso nel mondo del lavoro. Uscivo dal Tasso, una scuola libera e anarcoide, e volevo fare il giornalista: ma presto questa idea mi passò dalla testa: mi ricordo che il giorno delle selezioni per l’ingresso in Luiss, il professore ci disse che potevamo tranquillamente far copiare, ma tenendo presente che quello che avrebbe copiato sarebbe potuto entrare al posto nostro.

Per noi questa mentalità fu un tale choc che, finita la Luiss, andammo subito a cercarci un posto di lavoro. Dopo i primi colloqui mi presero subito, ma io decisi di rifiutare il posto perché volevo proprio fare il giornalista.

Ho cominciato allora a collaborare con alcune riviste, con qualche agenzia di stampa; poi ho fatto la scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia e, tramite un concorso, sono entrato in Rai, dopo qualche anno di precariato.

La sua è stata dunque una strada abbastanza lineare. Oggi però siamo di fronte ad una situazione generalizzata di grande precarietà, con periodi di occupazione, lavoro sottopagato, e con la conseguente difficoltà a costruirsi percorsi sicuri. Che idea si è fatto del problema, dal suo osservatorio privilegiato, molto vicino alla politica?

A me sembra che la politica arrivi sempre in ritardo rispetto alle esigenze della società. C’è stata una grande necessità di flessibilità del mondo del lavoro, che ha raggiunto probabilmente il suo apice tre-cinque anni fa. Ricordo che, per lavorare in Rai, avevamo necessità di contratti a tempo determinato che avevamo difficoltà a ottenere, in quanto costituivano un vulnus al contratto a tempo indeterminato; ma per noi era ottimo avere quel tipo di contratto, anche di uno o due mesi, e nessuno si lamentava.

Insomma, si era messa in moto in quegli anni una richiesta di contratti a tempo flessibile che, nei fatti, si sono poi ottenuti. La flessibilità del rapporto di lavoro, che, a mio avviso, era una richiesta anzitutto dei giovani, si è ottenuta inventando mille scorciatoie, e prima che trovasse una formalizzazione.

Ora che arriva la legge Biagi si è già scoperto un altro problema: e cioè che si vive male, che non si ha futuro. Allora, quella che prima era una esigenza è già invece roba vecchia, perché mentre adesso la flessibilità è nei fatti, non è nei fatti tutta quella rete di garanzie e di tutele che costituiscono la richieste della nuova generazione, quella che sta sui ventotto-trenta anni. Oggi le viene consegnata la flessibilità: che però, senza tutele, è come un coltello senza manico (ma i giovani di oggi vogliono anche il manico). Forse bisognerà aspettare altri cinque anni per avere alcune garanzie, e quando arriveranno saranno magari già state ottenute in altro modo.

Speriamo però di non dover aspettare troppo.. La flessibilità funziona e viene accettata in entrata, ma non uno stile di vita “cronico”.

Il problema è che non c’è un piano sociale che accompagni quello che sta succedendo. Esiste una riorganizzazione sociale da fare: del credito (oggi se non presenti una busta paga non puoi avere il mutuo), dei trasporti, dei tempi. Invece si è iniziato dall’ultima cosa, cioè dal lavoro stesso, che era la cosa più comoda, anche perché la più veloce, quella che si impone nei fatti.

C’è una sfasatura dei tempi; l’economia è arrivata ben oltre di dove è arrivata la politica, che ora si bea del fatto che siamo il paese più flessibile d’Europa: ma non è più questo il problema!

Il ritardo nell’arrivo del lavoro comporta uno spostamento indefinito del tempo di uscita dalla casa materna.

Il fatto che ci sia una generazione di trentenni a casa, che vivono con la pensione dei genitori, non produce di fatto una deresponsabilizzazione e insieme una perdita di stima dei giovani stessi? A dir la verità, il fatto che si esca tardi da casa non mi sembra necessariamente una cosa negativa.

La famiglia in Italia si è fatta da sempre carico delle carenze dell’organizzazione sociale, facendo da materasso per mille cadute, mentre altrove ci sono i sussidi di disoccupazione.

Non si tratta di una cosa del tutto equivalente! Tra l’altro, c’è chi ha una famiglia alle spalle e chi no.

Infatti non è un fenomeno positivo. Laddove la famiglia non c’è stata, come in America, si andava e si va a lavorare altrove perché il lavoro c’è: ma qui in Italia non è che tutti si possono trasferire, ad esempio, a Rovigo! E poi, ripeto, il fatto che uno se ne vada a sedici anni di casa, perché dovrebbe implicare per forza una maturità, ed essere necessariamente una cosa positiva?

A sedici forse no, ma a trenta?

Io credo che la cosa importante sia il lavoro: ciò che importa, perciò, non è andare via – per andare dove? Per fare cosa? – ma avere un posto, avere cioè un buon motivo per uscire dalla famiglia. Il punto è l’opportunità: poi a partire dalle opportunità la società e la famiglia si trasformano.

In ogni caso, il fatto che un giovane italiano entri nel mercato del lavoro con dieci anni di ritardo rispetto ai colleghi europei lo danneggia, specie in una economia globalizzata.

Senz’altro, ma cerchiamo di pensare prima ai problemi più urgenti, perché sono pochi quelli che vanno a lavorare all’estero. Il problema, intanto, è creare lavoro qui in Italia.

A questo proposito, si può forse notare un paradosso per cui lavora più facilmente chi meno ha studiato. Come dicono Cavalli, De Rita e Diamanti nel forum, il giovanotto che, nel nord-est, va a fare il gelataio a quindici anni, a trenta ha già casa, macchina, famiglia, e soldi da parte. Insomma, studiare serve ancora?

Rispondo con un esempio. Se ci fosse l’Onu a Cosenza, ci sarebbe un enorme indotto di servizi di cultura, e tutti si sbrigherebbero a studiare, perché per avere lavoro occorrerebbe farlo. Nel Nord-est non è così. Al massimo ci sono quelli che fanno economia e poi vanno a affiancare il padre nell’azienda, ma la laurea non serve loro granché.

Ci deve cioè essere un input perché ci sia un output di studio. Ma, a questo punto, si può levare mezza Italia, perché mentre a Nord hai le aziende, a Sud il classico sbocco è il pubblico, dove si entra anche senza studiare.

Eppure ci sono parecchi settori nei quali ci sono forti carenze di personale. Non ci vorrebbe dunque un coordinamento molto più stretto tra università e mondo del lavoro? Stai allora pensando che l’università è finalizzata al mondo del lavoro?

Beh, in un certo senso sì. Io credo invece che l’università ti dia qualcosa in più, una chiave di lettura degli avvenimenti del mondo. Se pensiamo che Ciampi è laureato in lettere e si è sempre occupato (e come!) di economia! Io sono contrario al numero chiuso perché vedo l’università come la realizzazione della persona, e una persona realizzata trova lavoro. Coloro che sono più specializzati magari lo trovano di più, ma poi si riapre il discorso della qualità della vita.

È importante che ci sia un contatto tra università e mondo lavoro, ma per questo servono unicamente più posti di lavoro. Non ha senso iniziare dall’università, che ha prima di tutto il compito di formare persone: una classe politica di livello come si crea? Con la cultura.

La possibilità per la Calabria e la Sicilia di liberarsi da mafia e ‘ndrangheta come avviene? Attraverso la scuola, abituando i giovani a rifiutare un approccio di un certo tipo. L’università al massimo si può preoccupare di creare ad ogni facoltà delle opportunità che sfruttino le risorse che ha formato: ma non può uniformarsi sulle opportunità che il mondo del lavoro offre in quel momento. Se tu formi una testa, poi vengono fuori mille opportunità. Viceversa, il circolo è chiuso. Bisogna cambiare l’esistente, non accettarlo.

Nel Sud la famiglia non solo è il catalizzatore, attraverso cui si distribuiscono risorse, ma anche il luogo incubatore dove si formano atteggiamenti, mentalità, nepotismi, generatrici di una mentalità mafiosa. Ed è vero che la cultura è fondamentale per cambiare il modo di vedere l’esistente.

C’è sempre la possibilità di incidere sull’esistente. Però serve uno stimolo. Probabilmente, però, dovrebbe venire dalle nuove generazioni: ci deve essere un qualcosa che rompe la routine e che magari crea caos.

Ma a questo punto serve una iniziativa personale, ripeto, più che un ridisegnamento dal di fuori. Io penso che la nostra generazione, quella dei trentenni è una generazione particolarmente fortunata.

Noi siamo arrivati in un buco di ideologie: quando eravamo piccoli, leggevamo che si trattava di un dramma: invece era una opportunità. Noi ci siamo liberati, nascendo, di quello che aveva frenato gli anni Sessanta e Settanta, abbiamo avuto un’autostrada davanti a noi.

All’epoca sembrava che il vuoto ideologico portasse all’effimero: gli yuppies, gli anni Ottanta; invece quello era un fenomeno transitorio, mentre è rimasta una opportunità enorme di costruire e di fare, senza i condizionamenti ideologici, che ti ingabbiavano. Pensiamo a chi è nato, ad esempio, nel ’79.

Per lui la politica è quella di Forza Italia e del sistema bipolare. Starà a noi fargli capire che la politica non è solo questa: e noi, che abbiamo vissuto un po’ della politica di prima, e un po’ di quella di adesso, sappiamo cosa prendere e cosa scartare. L’opportunità è enorme, e l’ha avuta solo questa generazione.

Non sembra che sia stata troppo sfruttata, però..

Ma siamo ancora in tempo!

Non c’è il rischio, in mancanza di qualsiasi quadro di riferimento, di un vuoto pneumatico, di individualismo, indistinzione ideologica?

No! Perché, se non hai il libretto rosso di Mao non sai cos’è la sinistra? La sinistra è tutta la storia della sinistra fino ad oggi, e così vale per la destra. Noi abbiamo la possibilità di utilizzare tutta la tradizione, senza subirla. Da quant’è che non ci sono generazioni come la nostra? Una si è dovuta sobbarcare la guerra, un’altra il boom economico, quella dopo il ‘68 e quella ancora dopo il ‘77.

L’opportunità esiste, è vero, ed è grandiosa. Ma siamo sicuri che lo spazio non sia occupato da altri e da altro? Prendiamo ad esempio il mondo dell’informazione: si parla del problema degli alloggi, delle pensioni, insomma degli aspetti più concreti e soggettivi della vita dei giovani?

A me pare di no, mentre di servizi su temi frivoli ad alta specificità ce ne sono moltissimo.

È un problema vero, attenti però a non peccare di elitismo. Alla fine magari un servizio sulle scarpe è più visto degli altri.

Ma questo è accettare l’esistente.

Faccio un esempio relativo a “Ballarò”. Quando è stata fatta una puntata sulle pensioni, abbiamo avuto un grande numero di ascolti, ma tutti di persone sopra i cinquanta anni; quando invece ci fu la puntata, dedicata ai giovani, sul manualetto che la Moratti aveva distribuito sull’Aids e l’astinenza, il risultato di pubblico è stato più basso, ma l’età del pubblico era sempre la stessa. Allora un giovane la deve guardare la tv! Chi è che fa l’agenda, la televisione o il pubblico?

Evidentemente un’interazione tra le due cose. Ma i giovani chiedono oggi maggiore informazione sui loro problemi? Sì e no. È sempre un discorso di responsabilità, sia di chi offre che di chi chiede.

Mi pare che qui ci sia un circolo vizioso, perché c’è attenzione ai problemi solo quando la persona comincia a viverli sulla propria pelle. La televisione dovrebbe cercare anche di rompere il cerchio e anticipare, per esempio convincendo i giovani che occuparsi della propria pensione è una cosa da persone mature, intelligenti.

Si può tentare, ma non si risolve così il problema. Io credo che la prima scossa deve venire da chi ha l’interesse. È una generazione che si trova nei guai? Si desse anche lei una mossa. Io cerco sempre di mettere più trentenni possibili nella nostra trasmissione.

Ma è chiaro che occorre fare un lavoro di riforma, non una rivoluzione che rovesci la situazione attuale: se io faccio una trasmissione tutta fatta dai giovani, mi cominciano ad arrivare gli sponsor di scarpe e musica, e tutti penseranno che si tratta di una puntata di intrattenimento tra giovani.

E magari ci spostano in seconda serata. Certo è impressionante, accendendo la tv americana, vedere quanto spesso si intervistano persone giovani per avere opinioni su un problema. Da noi abbiamo invece ancora la figura del notabile, del vecchio saggio.

Ma questo si sposa col fatto che, se tu fai parlare un giovane, il pubblico gli riconosce meno autorevolezza: quindi devi cercare di far vedere il confronto, e dare l’opportunità di scegliere la tesi migliore, che magari è proprio quella esposta dal “giovane”. Questo va fatto però con intelligenza, non puoi fare la “botta da matto”.

C’è però in Italia una specifica tendenza, magari inconsapevole, a non voler rappresentare i giovani come troppo intelligenti. Penso ad esempio ai movimenti, e alle loro manifestazioni: alcuni contenuti sono passati, ma in genere si è fatto parlare chi non era protagonista.

Le persone intervistate, per esempio nei servizi dei tg, erano o politici che commentavano i fatti, o giovani immaturi, tredici-quindicenni che si univano alle manifestazioni con slogan datati, spesso per fare un po’ di rumore, guardati con occhio folkloristico dalla telecamera.

È vero, alcune parti del sistema informativo si sono subito preoccupate di gestire i giovani invece di chiedersi cosa dicevano: noi di “Ballarò” questo non lo abbiamo fatto. Però i due momenti, cioè quello del “cosa” dici e quello del che “ci faccio” con quello che dici, vanno insieme, non bisogna concentrarsi solo su uno dei due.

Tuttavia io credo che, probabilmente è stata sottostimata la portata di nuove esigenze e di nuovi valori. Ad esempio, siamo sicuri che dietro la battaglia contro la legge Cirami ci sia stato solo qualcosa contro Berlusconi, e non si sia trattato, invece, di una lotta contro il privilegio?

Ci sono categorie in cui è comodo mettere le cose, e così il giovane che ha studiato nelle più innovative università statunitensi viene magari messo insieme a quelli che ballano e ripetono slogan perché partecipa alla stessa manifestazione.

Allora è vero che il sistema informativo poteva riflettere di più: ma la generazione non si fermi sul particolare, capisca che ha un’occasione unica e porti avanti quei temi che sono stati trattati come segnali di immaturità. Senza cercare di costruirsi un mondo a sé.

Il punto è, infatti, incidere sulle cose che già esistono, far capire che si è importanti nel mondo esistente: quando lavoravo come giornalista economico, Il Governatore di Bankitalia Fazio – eravamo a Washington durante un Fondo monetario – disse di quelli che manifestavano “they have a point,”, hanno una ragione: quella era un vittoria enorme per un movimento del genere.

In conclusione, mi pare di capire che, a suo avviso, non esistono dei veri e propri problemi generazionali, in questo caso i cosiddetti “problemi dei giovani”.

Il giovane è una categoria…noi siamo persone. Da diciotto anni in poi uno è uguale agli altri. Secondo me accettare l’etichetta di giovani ci danneggia: siamo elementi della società a pieno titolo. Io quando vedo quelli che fanno i circoli dei trentenni, oppure che si presentano nei convegni dicendo “date spazio a noi giovani”, mi chiedo, ma perchè? Tu dì quello che devi dire, dimmi cosa sai fare, che poi sei giovane te lo devono dire gli altri, è un ostacolo che ti metteranno gli altri.

In genere si creano problemi per chiunque voglia fare qualcosa. Il nostro ostacolo sarà che siamo giovani, per un altro sarà essere alto o basso, per un altro essere di sinistra. È chiaro che non c’è una società fatta apposta per essere trainata da giovani. Non puoi mettere che sei trentenne come premessa, perché l’essere trentenne non è né bene né male. Se poi c’è una discriminazione in base all’età, scatterà, in una società matura, la rimozione della discriminazione.

I giovani sono molto diversi tra loro e diversi da come uno se li immagina: anche quello che si interessa di filosofia o del sistema maggioritario è uno di loro. Non possiamo chiuderli in un cliché. D’altra parte anche “i grandi” sono così: mia madre dice una cosa, la signora Iole un’altra!

Perché solo dei giovani dobbiamo fare una categoria? Insomma, parliamo dei contenuti, e non accettiamo magliette. Il problema è oggettivo, come tutto, ma non deve essere soggettivizzato, L’ostacolo non va preso come torretta da cui ergersi e guardare il mondo: al contrario, va buttato giù.

diMartedì

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