Confronto è nostro format. Da dg nessun 'invito
a moderazione'.
Roma, 11 ott. (Apcom) - "'Ballarò'
non è una vetrina". Giovanni Floris esordisce così
davanti ai membri della commissione di Vigilanza, nel tentativo
di bloccare sul nascere le polemiche sugli invitati e gli esclusi
del suo programma. Soprattutto, aggiunge ribadendo più
volte la "libertà" del giornalista nella scelta
di temi e ospiti, "è una trasmissione che fa ascolto
perché è l'unica che in tempi di pancia parla alla
testa della gente. Mi si accusa di cavalcare l'antipolitica. Il
contrario, semmai, non abbiamo mai usato il clamore per costruirci
su qualcosa", precisa il giornalista, segnalando quello che
considera un "fraintendimento": "I temi dell'antipolitica
sono
davanti agli occhi di tutti, anche Napolitano ne ha parlato, questo
non vuol dire che li condivida". L'errore di fondo è,
in sostanza, "quello di credere che il porre le domande equivalga,
in qualche modo, a condividere l'accusa. Io sono un giornalista,
chiedo per informarmi".
Il riferimento è soprattutto allo scontro con il ministro
della Giustizia: "Avere Mastella in quel momento e non fargli
le domande sui voli di Stato o sulla polemica sulle case sarebbe
stato un buco giornalistico". Di più, sarebbe stata
"una vergogna dal punto di vista giornalistico, così
come sarebbe stata una vergogna sei io, come cittadino, avessi
creato una gogna mediatica". In ogni caso, "si è
liberi di non rispondere, ma non esistono domande che a 'Ballarò'
non possono essere fatte. Anche la sola idea è impossibile
da immaginare". L'audizione in Vigilanza, per stessa ammissione
di Floris sollecitato in questo senso dal capogruppo forzista
Giorgio Lainati (in risposta ai 'dubbi' avanzati dal diessino
Cuillo sull'opportunità di un'indagine conoscitiva), non
si trasforma in "processo", nonostante alcune osservazioni
"sui singoli ospiti e le singole poltrone" e sebbene
"l'idea che in un momento così caldo per l'informazione
un giornalista sia convocato da una commissione parlamentare,
il processo lo fa temere". Diventa invece l'occasione, per
il giornalista, di esporre il 'metodo Ballarò', una trasmissione
che partendo dal 5% di share con cui chiuse la prima puntata nel
2002, gode ora di uno share medio del 16%, che tradotto significa
un seguito di 4 milioni di persone a puntata, con punte di 5 milioni.
L'idea di base, con cui nasce il programma, è che "le
opinioni, anche le più radicali, si possono sempre confrontare":
"il confronto per noi è format. La forma del dialogo
per noi è sostanza della trasmissione". Certo, un
giornalista "è libero anche nell'utilizzo dei suoi
strumenti". Allora, può capitare che il confronto
non sia necessario: "Se avessi la possibilità di ospitare
Hillary Clinton non cercherei in tutti i modi di avere anche George
Bush". In ogni caso, l'obiettivo, dati alla mano, è
quello di "garantire il massimo pluralismo possibile",
osservando i problemi da diverse angolazioni: "nelle 165
puntate delle sei edizioni di 'Ballarò' - fa notare - abbiamo
avuto 255 rappresentanti dell'opposizione e 273 della maggioranza
(intendendo per maggioranza sia quella di centrosinistra che quella
di centrodestra, e così per l'opposizione). 48 sono stati
i rappresentanti dei sindacati, 47 le presenze del mondo industriale".
E ancora, presidenti emeriti della Repubblica e prestigiosi giornalisti,
politologi e rappresentanti della cultura. Nell'idea del confronto
come "ricchezza" rientra anche la scelta di affidare
la copertina del programma a un'artista o a un comico, così
come la scelta di confezionare corti, spot, fiction.
Infine, il ruolo del conduttore, che "non è inquisitore":
"Come conduttore, mi riservo il ruolo più essenziale
- spiega Floris - quello del giornalista. Come giornalista rivendico
quindi la libertà che mi è garantita dalla Carta
costituzionale, nel rispetto naturalmente delle leggi, della mia
deontologia e del rapporto con il mio direttore". I referenti
di Floris sono infatti Paolo Ruffini, direttore di Raitre, e il
suo vice, Fernando Masullo. Nessuno scambio, sulla trasmissione,
con il dg, Claudio Cappon, che, assicura il giornalista, "non
è intervenuto", né "ha formulato alcun
invito alla moderazione o alcun richiamo" dopo la bufera
del 'caso-Mastella': "Abbiamo un buon rapporto - spiega conversando
con i cronisti a margine dell'audizione - Cappon è un dg
che mi piace e quando ci incontriamo parliamo di tante cose, anche
del mio lavoro, ma mai direttamente della trasmissione!".
Grb

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