Alla scoperta dei monopòli dell’economia italiana

Gazzetta del mezzogiorno – 7 gennaio 2006, di Gino Dato

Alla scoperta dei monopòli dell’economia italianagiocando al monòpoli del potere insieme a Giovanni Floris.

“In Italia è difficile far digerire l’idea che siamo tutti uguali. Che ognuno di noi ha diritto di avere tutte le opportunità che vuole. Che ciascuno, preparandosi, studiando, lavorando, ha diritto di far valere il proprio merito per il bene della collettività. Che ognuno ha il diritto di essere valutato per quello che fa, non per quello che pensa o per il percorso intrapreso fin qui. O per quello che ha. In Italia non esistono pari opportunità…”.

Stenteremmo a credere che si stia parlando dell’Italia d’oggi. Spesso sordi, indifferenti, incapaci di indignarci o addirittura di capire e decifrare le trame che ci avvolgono. Ma se non le cronache dei giornali, chissà, forse un gioco, sì, può aiutarci, il Monòpoli. Quello che Giovanni Floris, il popolare conduttore di “Ballarò”, ci insegna con il libro dal titolo omonimo scritto per Rizzoli insieme a Vittorio Amedeo Alessio, corrispondente da Roma per l’agenzia Dow Jones. “Un viaggio – suggerisce Floris – nella società e nell’economia italiane, feudo per feudo, categoria per categoria, casella per casella”. E allora scopri che, “se tu insegui i monopòli dell’economia, alla fine ti trovi in una sorta di monòpoli del potere”.

D. Che significa?

R. Che per ogni settore, pochi soggetti controllano e quindi detengono molto potere.

D. Come nel gioco del monòpoli?

R. Sì, e come nel gioco, ogni settore dell’economia sembra essere una casella, impermeabile alla casella accanto, dove possono passare poche pedine. Quindi, se tu parli di monopòli, alla fine ti trovi a parlare anche di monòpoli.

D. Questa situazione vale per il passato come per oggi? Oppure l’accento s’è spostato?

R. Vale per il passato e vale per oggi. Speriamo non valga per il futuro. Il vivere sociale ed economico del paese è strozzato dalla poca concorrenza, dalla poca libertà d’impresa nei vari settori, intendendola come libertà di agire in libera concorrenza con quelli che già ci stanno.

D. In pratica?

R. Ci sono tante barriere all’ingresso delle varie attività – dalle professioni alle banche alle comunicazioni– che impediscono, a chi volesse, di partecipare all’impresa.

D. Che nel nostro paese ci fossero degenerazioni lo capiamo. Che non ci siano stati e non ci siano controlli, è un po’ più difficile da spiegare. Lei ha una interpretazione?

R. Il problema dei controlli e delle regole è il problema che si deve porre la politica. Ogni volta che ci sono pochi controlli e regole incerte, la colpa è della politica. Poi c’è una economia che in queste condizioni tende a chiudersi in piccoli settori. Per questo abbiamo parlato del monòpoli. E allora la politica dev’essere quella che, con nuove regole, apre il mercato.

D. Chi sono i nuovi ricchi?

R. Quelli che erano indicati come nuovi ricchi, quest’estate sono finiti male. Gli immobiliaristi non hanno avuto una fortuna lunga, anche se chissà quanti soldi hanno messo da parte.

D. Ma chi sono?

R. Coloro che hanno fatto soldi comprando e vendendo case al riparo dalla fiscalità, dal momento che sono riusciti a fare molti affari pagando poche tasse. E questo è il primo settore in cui la politica deve darsi delle regole.

D. C’è stato un momento in cui una forte tradizione di solidarismo cattolico, da un lato, e quella socialista, dall’altro, hanno dato l’illusione che riuscissero a correggere il capitalismo. Così non è stato.

R. No, non è vero, in parte l’hanno corretto, in parte loro stesse si sono corrette. Ogni volta che la politica è intervenuta sull’economia, un cambiamento c’è stato. Il punto non è tanto chi ha ragione a cambiarla e in quali modi. Il punto è tornare a capire che la politica deve predisporre le regole in cui si sviluppa l’economia. Per molto tempo si è pensato che il nemico del mercato fosse il pubblico.

D. E invece chi è?

R. Il nemico del mercato è il monopolio, che può essere privato o pubblico.

D. Allora oggi è l’economia che vampirizza e fagocita la politica?

R. No, non ho detto questo. So che una politica forte sa mettere regole ferme. Una politica debole ha paura a mettere regole.

D. Gli italiani all’estero dovranno continuare a vergognarsi di essere italiani, come ha scritto Mario Monti?

R. Monti ha detto che ci sono momenti in cui si può provare imbarazzo per determinate situazioni. Sono convinto che bisogna evitare gli eccessi nelle definizioni. Non credo che gli italiani all’estero si vergognino.

D. Non ne hanno motivo?

R. No, direi di no. C’è invece la forte necessità di intervenire in determinati settori. E ogni giorno che passa è un’occasione in più per intervenire per liberare l’economia italiana.

D. E questo è il suo auspicio per il nuovo anno?

R. Appunto.

diMartedì

- - -

Rivedi le puntate

Quella notte sono io

La prima regola degli Shardana